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di Lorenzo Orsini

Quarantena. Camminare tra il silenzio irreale dei portici vuoti era un qualcosa che si riservava ai ritorni a casa: luce soffusa, il rintocco dei passi messi faticosamente l’uno dopo l’altro, l’attesa del letto come suggello dell’ennesima giornata bolognese. La solitudine allora era un privilegio fugace e momentaneo, confinato all’intimità di spazi di città rubati alla folla. Sarebbe stato impossibile pensare che quel silenzio sarebbe diventato la norma, mentre le abitudini delle giornate passate tra un portico e l’altro sarebbero divenute all’improvviso una malinconica nostalgia, un ricordo di ieri, distante anni luce.

Quarantena: una parola mai usata. Sentita sì, ma epidemia e quarantena non sembravano di certo dei termini pronti ad affollare ogni nostra conversazione. Ancora meno qui a Bologna.

In questa città, una cosa si impara in fretta: la socialità è tutto. Bologna non è una città dove venire a faticare e fatturare: Bologna è una città dove prima di tutto si arriva per vivere, poco importa se per affrontare una vita nuova o a portarci le proprie abitudini. Come la libertà, Bologna è partecipazione, un enorme meccanismo dove gli ingranaggi si muovono per tutto il giorno da una via all’altra, da una piazza ai viali, passando dal cinema fino ad arrivare al bar sotto casa. Nessuno, neanche il più fatalista, poteva immaginare che questa meraviglia potesse staccare la presa, e andare in stand-by.

La chiusura diventava una possibilità di essere migliori, un’incredibile fonte di tempo per diventare i supereroi che si era sempre sognato di diventare. No, non sono mai riuscito a credere nella retorica e nella sensibilità degli abbracci collettivi e virtuali. Dovevamo resistere per abbracciarci più forte di prima, assolutamente. Doveva andare tutto bene: eppure, nessuno che parlasse di me, di noi. Nessuno che sottolineasse il dramma di una generazione a cui sembrava che il fato avesse strappato le ali a morsi: i miei lamenti erano rapidamente schedati come lagne di una generazione viziata, incapace di pensare oltre il proprio egoismo. Dei ragazzini che avevano voglia di movida e di birrette, che davanti alla morte incombente frivolamente anelava la propria insulsa vita pre-quarantena. Ma non mi sentivo così: no, Bologna non era una voglia di chi non ha sensibilità per quello che accade; era la mancanza di chi ha perso qualcosa di necessario. E nel frattempo, vera quarantena: due mesi di casa, supermercato, file, il 25 aprile sul divano, il bollettino delle 18 come una nuova messa laica, una parentesi di vita con nuove piccole tradizioni.

Ora, il 18 maggio, una nuova data zero. Riuscire di casa dopo tutto questo tempo è stato particolare, prevedibilmente strano, quasi destabilizzante. Gli abbracci, sostituiti qua e là con dei colpetti di gomito, sono solo la punta di una montagna di incertezze, una su tutte: tornerà mai la vera vita bolognese?

Nelle piazze sembra già tornata, per la gioia di chi, in questo isolamento, si è reinventato fotoreporter dai balconi (d’altronde, si era detto che bisognava coltivare nuovi hobby). Tuttavia, a guardare meglio e più a fondo tra le ragazze e i ragazzi seduti sul lastricato di San Francesco o sul Crescentone di Piazza Maggiore, non si vede solo la liberazione smodata dopo troppa solitudine. Se si guarda attentamente, si può vedere aleggiare una tensione silenziosa: tutti sperano sia la fine, e la speranza si fa fede, districandosi tra l’indignazione che questa neo-movida genera in ogni spettatore.

Oggi torno a casa di nuovo al buio, sotto i portici, un passo dietro l’altro. Il silenzio è ancora quello di prima, si sente in lontananza qualche voce persa per la città, come la mia. È cambiata solo una cosa: prima il letto era la sicura garanzia che il domani si sarebbe ripetuto, in qualche modo, uguale all’oggi. Oggi, prima di riaprire il portone di casa, mi scappa lo sguardo tra i palazzi silenziosi della mia anonima strada, poco fuori mura. E anch’io mi trovo d’improvviso fedele alla stessa impaurita speranza: la speranza che questo silenzio possa non ridiventare mai più la nostra normalità.