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Che fine ha fatto il Milan?

Che non sia più il Milan di un tempo, quello che dominava l’Europa con il “bel giuoco”, ce ne eravamo resi conto. Ma il Milan è pur sempre il Milan, e si porta con sé forti aspettative che si infrangono regolarmente contro la realtà. La crisi dei rossoneri ormai si protrae da tempo, come da tempo si annuncia di aver trovato l’antidoto per sconfiggere la mediocrità che affligge la squadra. A questo giro la soluzione si chiamava Maldini e Boban, coadiuvati da un amministratore delegato, Gazidis, che aveva fatto un ottimo lavoro all’Arsenal.

L’annuncio di Maldini e Boban aveva dato grande entusiasmo all’ambiente rossonero, un entusiasmo troppo frenetico e poco razionale, le grandi bandiere che tornano a casa per riportare i valori rossoneri a una squadra sbandata e senza identità. Una reazione, quella dei tifosi, guidata più dai sentimenti che dalla ragione. Perché, purtroppo, per ora il tandem Maldini-Boban non ha ancora dato i frutti sperati. È vero, la stagione è appena iniziata, la squadra è giovane ma alcune scelte sono state sbagliate e la classifica ne risente. I problemi del Milan però non possono essere solo relegati ai due nuovo dirigenti, ma hanno radici più profonde.

Da anni, ormai, la società rossonera non segue una linea di progettualità, un pensiero comune che intersechi squadra, società e tifosi, un senso di appartenenza accettato anche nelle sconfitte. Da anni il Milan cuce, disfa, rattoppa e ricomincia. Non c’è un disegno e un pensiero da seguire ma solo balzi illogici da una parte all’altra. E i risultati si vedono.

Esempio di tutto questo è stato l’addio di Leonardo dopo sola una stagione da direttore generale, un lavoro iniziato e concluso in poco tempo, che non ha permesso continuità sul mercato. Oltre a ciò, la sua partenza ha comportato anche una grave perdita dal punto di vista dell’esperienza, rimpiazzata con la promozione di Maldini, al suo esordio in questo ruolo.

È facile a posteriori criticare le decisioni dei nuovi direttori sul mercato e sul tecnico. Infatti, le scelte compiute in estate erano state considerate tutto sommato positive, soprattutto perché per la prima volta era stato assunto un allenatore che oltre a una grande esperienza si portava con sé un’idea di gioco riconoscibile e attraente. Le premesse infatti erano ottime: cercare, tramite l’organizzazione tattica, di plasmare un gruppo di giovani giocatori in una squadra solida e riconoscibile, iniziando un percorso di continuità tecnica e di gruppo.

Anche il mercato, nonostante le risorse esigue che la proprietà aveva messo a disposizione, aveva fatto ben sperare, con acquisti di prospettiva come Bennacer, Hernandez e Leao. L’analisi della rosa però deve essere fatta a più ampio raggio: c’è stata, durante la gestione cinese, una netta discrepanza tra il reale valore dei giocatori e le aspettative dovuta ai grandi investimenti su calciatori che hanno sentito il peso della maglia rossonera e non hanno reso quanti ci si aspettava.

Il campo, per ora, ha bocciato le scelte di Maldini e Boban, costretti ad esonerare Giampaolo per cercare di svoltare una stagione che già a novembre appare compromessa. Indubbiamente vi è stato un problema di comunicazione da parte di tutta la società, non riconoscendo i limiti della squadra e assegnandole un ruolo da protagonista nel nostro campionato che per ora non può interpretare. Ma nel calcio le svolte sono sempre dietro l’angolo e solo il campo ci dirà chi aveva torto o ragione.