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Je t’aime moi non plus

Charlie e Nicole si stanno separando. Lui è un brillante regista d’avanguardia, lei la prima attrice di un’importante compagnia teatrale, fondata e gestita da loro a New York. I due hanno un figlio di otto anni di nome Henry; quando Nicole decide di trasferirsi da sua madre a Los Angeles per girare il pilot di una serie tv, Charlie dovrà dividersi tra le due città, il lavoro e la famiglia per poter vedere suo figlio e tentare di portare a conclusione nel migliore dei modi la relazione con Nicole.

C’è tantissimo cinema e tanto teatro dentro il nuovo film di Noah Baumbach, che in Storia di un matrimonio raccoglie i cocci di una relazione a pezzi, mentre la potenza delle interpretazioni attoriali e la delicatezza della scrittura fanno emergere tutto l’amore, ancora pulsante oltre il dramma e custodito nei cuori dei protagonisti. Il cinema si veste dunque di umanità e fa di essa il motore della narrazione: il raffinatissimo regista newyorkese con un debole per la messa in scena delle relazioni interpersonali sviscera la contraddittorietà dei sentimenti in forme cinematografiche ben riconoscibili, eppure mai banali. Si possono perciò tirar fuori i riferimenti più vari alle pietre miliari del genere, da Scene di un matrimonio a Kramer contro Kramer, fino ad arrivare al più brillante Woody Allen dei primi anni ’90. Ma pensare a questo film come ad una continuazione, o peggio, assunzione di un’eredità dei grandi maestri del cinema, sarebbe un peccato mortale; perché l’opera più matura di questo regista è in grado di enucleare dai più scontati cliché della love story delle verità universali sulla potenza delle relazioni umane, e sulla loro capacità di plasmarci sin nell’intimo del nostro carattere. E’ infatti con grande consapevolezza che Baumbach affronta davvero il tema del divorzio, senza lasciare spazio alla logica ricattatoria e alla lacrima facile tipica dei drammi amorosi: l’incipit del film ci dice con estrema precisione tutto ciò che dobbiamo sapere sulla vita di Nicole e Charlie, schiudendo il nostro sguardo su una relazione fatta di un affetto viscerale e di un profondo rispetto.

La prima immagine sulla dimensione relazionale dei due protagonisti è quella di un matrimonio perfetto destinato forse a durare per tutta la vita: come tutte le menti geniali Charlie è meticoloso e attento ai dettagli del suo lavoro; ma non lasciamoci ingannare, perché il suo vero spazio non è quello del teatro (raramente lo vediamo all’opera), ma quella di un padre «che ama fare soprattutto le cose più noiose» per suo figlio, mentre riesce a supportare Nicole nei suoi momenti indecisione. Lei dal canto suo potrebbe essere l’attrice in carriera mangiauomini e irrispettosa della propria posizione privilegiata, e invece è una lavoratrice con i piedi per terra, che ama fare la madre e che sostiene Charlie nelle sue piccole debolezze. Ad un primissimo livello non è dunque il sentimento amoroso ad essere messo in discussione all’interno del film, quanto la capacità di due persone che si amano di condividere una vita insieme, continuando a rispettare le proprie esigenze pur nelle piccole mancanze di ciascuno. Su questo piano Baumbach dimostra la sua genialità di scrittura, con dialoghi misuratissimi capaci di passare istantaneamente dal tono ironico al tragico senza mai risultare forzati; oltre e dentro la sapientissima sceneggiatura, i luoghi e gli spazi occupati dai personaggi modulano un sotto testo di paure, inadeguatezze e rabbia, nate dalla consapevolezza di un fallimento e trattenute dalle gestualità nervose dei due attori. Ancor prima dei dialoghi, sono dunque le ambientazioni e le relazioni spaziali tra i due interpreti a parlare per loro: la loro separazione sarà innanzitutto comunicata tramite la distanza dei loro corpi, che in moltissime scene si collocano ai due estremi dell’inquadratura, anche e soprattutto quando i due sono impegnati in una conversazione. Se l’affetto tra i due non viene mai meno, saranno infine i procedimenti burocratici del divorzio a far emergere quel non detto rancoroso che sempre vive negli interstizi di una relazione al suo termine; qui entra in gioco anche la dimensione teatrale della narrazione, dove i due amanti si inseriscono nei più vari contesti recitando letteralmente una parte che non rispecchia la loro umanità né il tenore dei loro rapporti: così davanti agli avvocati i due si trasformano nelle peggiori versioni di loro stessi, rinfacciando errori e mancanze mentre i loro sguardi non sanno comunicare altro che il profondo dispiacere di un grosso malinteso. Ma il filtro della messa in scena teatrale permea l’intera rappresentazione, persino quando i due si riducono a parlare per interposta persona senza comprendersi, o quando la macchina si concentra sui loro monologhi per farci entrare in contatto con la dimensione più vera dei loro desideri.

Se tutto il cinema di Baumbach ruota intorno alle performance dei suoi attori, in questo film due giganti come Scarlett Johansson e Adam Driver sono le punte di diamante, capaci di spingersi oltre lo schermo per arrivare dritto al cuore degli spettatori: per l’intera prima metà del film è lo sforzo di trattenere le proprie emozioni a fare da padrone sui loro volti, così un Charlie-gigante buono si veste di calma e pacatezza mentre la paura e l’inadeguatezza lo dominano, fino a sfinirlo in una esilarante scena sul pavimento del suo appartamento; dall’altro lato il muro di autoconsapevolezza che contraddistingue Nicole spesso si crepa in nome di una tenera fragilità, che nasconde un bisogno di amore più profondo di quello che lei riesce a provare per sé stessa. Due bombe ad orologeria pronte ad esplodere non potranno allora che scontrarsi in uno dei momenti più intensi del film, vero controcanto di quelle scene idilliache sulle quali il racconto si era aperto. A supportare le loro performance troviamo le due grandissime prove di Laura Dern (potremo mai dimenticare il suo monologo sugli stereotipi femminili?) e Ray Liotta, nei panni degli avvocati incaricati di occuparsi delle pratiche di divorzio; con le loro figure ci viene offerta addirittura l’occasione di ragionare sulle ricadute sociali e psicologiche della rottura di un matrimonio, dando un più ampio respiro ad un’opera che con grande precisione inquadra e modella, senza mai svirgolare nell’iperbolico, l’imponenza della materia umana che si è impegnata a rappresentare. Ancora oltre il matrimonio e le prove epiche che il suo fallimento porta ad affrontare, è insomma la condizione umana dell’io in rapporto con l’altro che il film tenta di esplorare nel suo complesso: insieme alle logiche che dominano le relazioni amorose sono infatti i piccoli gesti quotidiani ad assumere una funzione fondamentale all’interno della rappresentazione. La macchina da presa indugia a lungo sui più minuti gesti del corpo e sui più fugaci sguardi dei volti, attribuendo così tutto un altro valore alle peculiarità caratteriali che le parole dei due protagonisti avevano evidenziato sin dalle prime scene del film: quasi a volerci dire che la chiave per superare il fallimento di una relazione non sta nel cancellare ciò che si è stati quando si era uniti, ma nel modo in cui ci si continua a guardare quando la vita ci conduce su due sentieri separati.