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«What is done cannot be undone» o Il cinema secondo Scorsese

Dopo aver fatto il soldato durante la Seconda Guerra Mondiale, Frank Sheeran è diventato un autista di camion. Grande osservatore e uomo di poche parole, viene reclutato dal boss della mafia Russell Bufalino, che riconosce in lui l’affidabilità e le capacità di diplomazia ideali per un perfetto braccio destro. Frank è talmente preciso nel suo lavoro da guadagnarsi l’amicizia di Russell, che lo presenta nientemeno che a Jimmy Hoffa, capo del sindacato dei camionisti e uomo popolarissimo nell’America del boom economico. Frank diventerà guardaspalle, consigliere e poi amico di Jimmy, assumendo così un ruolo chiave tanto all’interno della banda di Russell quanto nelle attività di supporto e crescita del sindacato di Jimmy. Quando la politica internazionale inizierà ad intromettersi nelle logiche interne al sindacato e ad entrare in contrasto con il business della mafia, Frank sarà costretto a fare scelte difficili e grandi sacrifici per mantenere gli equilibri e garantirsi la sopravvivenza.

E’ un ottuagenario Frank Sheeran quello che ci prende per mano all’inizio di questa storia per raccontarci le vicende di un trentennio americano fatto di amicizie, intrighi politici e tradimenti. Un meraviglioso piano sequenza iniziale ce lo mette davanti, in sedia rotelle, corpo consunto e mente lucidissima, per chiederci di ascoltare con pazienza le memorie di un vecchio, che nel narrare la sua vita non è troppo diverso da un nonno che si rivolge ai suoi nipoti per ricordargli come stavano le cose un tempo. Delle storie e del cinema di una volta The Irishman ha infatti tutta la saggezza dello sguardo, la fisicità dei suoi attori, la durezza della sceneggiatura. E sono già questi i nuclei cruciali di tutto il cinema di Scorsese, che per raccontarci questo mondo di gangster in via di decomposizione lavora invece per sottrazione sul fronte estetico, rinunciando alla frenesia della macchina da presa e alla furia dei ritmi tipici di quei suoi gangster movie che hanno fatto la storia del genere; con Frank, Jimmy e Russell abbiamo infatti già superato la fase della violenza delle sparatorie, degli inseguimenti e della messa in mostra di corpi trucidati; prendono il loro posto le movenze, tempi delle battute e persino movimenti di camera che sono invece presentimento di un luttuoso, di un decrepito già in atto nei corpi anziani dei tre attori protagonisti. Così il sistema di prestiti, favori e intrighi che animava Gangs of New York o Quei bravi ragazzi non funziona sin dall’inizio, e sono piuttosto i fraintendimenti e gli errori a dominare le dinamiche dei rapporti: un Frank che per errore fa esplodere una fabbrica che non sapeva essere per metà di proprietà dei suoi capi, incomprensioni che portano al fallimento delle consegne, sfasature e salti temporali che hanno il sapore di una malinconica rievocazione di ciò che fu più che della prestazione dell’oggetto del racconto in sé. La struttura di flashback ha infatti anche questo ruolo, e funziona alla perfezione nell’esaltare la decadenza fisica dei tre mostri sacri come Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino, nei cui corpi è racchiusa tutta la goffaggine di uomini inadatti al loro tempo sin dalle primissime scene. Robert De Niro sfoggia qui tutta la sua capacità di mimetizzarsi negli spazi (al punto da prendersi un rimprovero da Al Pacino-Hoffa), diventando padrone della scena nei momenti di tensione, il tutto nella completa impenetrabilità delle intenzioni: in qualsiasi momento della storia potrebbe essere tanto pronto a uccidere quanto a dare una pacca sulla spalla al suo interlocutore. I due showman d’altro canto fanno il loro sporchissimo lavoro, con un Al Pacino-Hoffa iper-paterno e misurato, che nei suoi colpi di testa sembra essere tornato nei panni di Satana in persona ne L’avvocato del diavolo; mentre un sempre ambiguo Joe Pesci, qui nei panni di Russell, occhieggia ai lati delle stanze e muove i fili di trame mai veramente rivelate. Sono tutti vecchi, a tratti vecchissimi, e talvolta lasciano che la loro fisicità parli per loro, senza mai dimenticare che la profondità di sguardo spesso è molto più efficace di una pistola. Il dramma però va a braccetto con il sarcasmo, e molte delle scene più ironiche sono memorabili, costruite con una maestria impeccabile tanto nei dialoghi quanto nei tempi della messa in scena, spesso in un gioco di parodia delle stesse intenzioni dei personaggi che la dominano. La narrazione si svolge perciò nel dominio della staticità e nella prevalenza di dialoghi da camera, a tratti logorroici e iperbolici, nei quali si concentra tutta quella densità che è stata invece sottratta alla forma: sovrabbondante nella durata e nell’intrico del racconto, sembra quasi che il regista e lo sceneggiatore abbiano deciso di non voler sacrificare proprio niente della componente discorsiva, che spesso s’inerpica intorno a fatti banalissimi e non sempre cruciali nell’economia della storia. Ma con Scorsese siamo ben oltre la correttezza del lavoro di mestiere, e questa esuberanza che non deborda mai nell’eccesso è piuttosto il segno dell’amore smisurato del regista verso la grandiosa macchina cinematografica.

Un affetto incarnato nell’inafferrabilità dei personaggi, che nelle loro vesti di uomini malavitosi un po’ stagionati sono anche tragica allegoria di un’umanità che non sa più come mostrarsi; è un’amicizia viscerale quella tra Jimmy e Frank, un amore profondamente reale quello che Frank nutre verso la figlia che lo osserva con timore, eppure la componente umana sembra cedere quasi sempre ad una sorte tragica, annunciata e forse già messa in atto dal motto che Russell continua a ripetere sin dall’inizio del film: «it is what it is», non c’è possibilità di ribaltare un destino già compiuto. In questo senso tutta la Storia, quella della grande America degli anni del boom economico, incombe sempre sui protagonisti, che si ritrovano spesso invischiati a loro insaputa in fatti che vanno oltre il loro controllo, a partire da questioni sociopolitiche delicatissime fino ad arrivare a personaggi del calibro di John Fitzgerald Kennedy. Parte di questo grande universo di predestinazione è anche il carattere del vero protagonista della storia, un Frank che è un po’ Robert De Niro, è l’irlandese del titolo, ma è soprattutto un doppio del regista: Scorsese guarda se stesso e la sua carriera da dietro la lente della camera, e arriva a giudicare il suo personaggio tramite gli occhi di una figlia prima, e di un prete disposto alla misericordia poi, salvo escludere infine se stesso da un perdono troppo tardivo per essere sincero. Il giudizio e il perdono sono peraltro i grandi temi del suo cinema più viscerale (qualcuno si ricorda L’ultima tentazione di Cristo, prima ancora di Silence?) e sulla sospensione del giudizio si chiude il film stesso, che dopo aver sviscerato i nodi di una storia di vita (e di cinema) guarda negli occhi lo spettatore, e proprio come farebbe un nonno alla fine di un racconto, chiede ai suoi nipotini: che ne pensate? Vi è piaciuta?

 

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix dal 27 novembre