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Ha lasciato crescere un accenno di barba nel corso dell’ultimo anno. Che gli servisse sul palcoscenico o che sia semplice gusto estetico, Toni Servillo è sembrato un po’ più affettuoso, un po’ più anziano quando è spuntato dal buio in Sala Mastroianni, Cineteca. Più affettuoso e anziano del protagonista de Il teatro al lavoro, documentario di Massimiliano Pacifico in cui si raccontano i mesi di preparazione che precedono la messa in scena dell’Elvira di Brigitte Jacques (diretto e interpretato dallo stesso Servillo, con altri tre giovani attori).

Doveroso cenno di introduzione al testo. Elvira nasce come reinvenzione su palcoscenico di un ciclo di lezioni tenute da Louis Jouvet (fra le maggiori vertebre della storia del teatro e del cinema mondiale) negli anni Quaranta. L’oggetto del testo è la preparazione di un’attrice che dovrà interpretare il monologo della giovane Elvira nel quarto atto del Don Giovanni. A Servillo il compito, pienamente assolto, di portare l’opera in tournée in Italia e all’estero. Fra gli altri, nel teatro di Parigi in cui scriveva e recitava proprio Louis Jouvet.

Figure istrioniche, carismatiche e rassicuranti, dedite al mestiere del palcoscenico che le coccola e le esalta. A qualcuno viene spontaneo un parallelo fra Toni Servillo e il suo personaggio, lo Jouvet regista. L’artista napoletano spende diverse parole per fuggire quest’idea. Nella sua fermezza e onestà dice che spera di non trovare, in tutta la sua carriera, una copia esatta di lui fatta personaggio.

Guarda davvero noi, pubblico, come un nonno in veranda con dei nipoti che aspettano una storia. Sa di essere amato e questo gli garantisce la possibilità di arrivare alle emozioni di chi trova di fronte a sé. La storia è semplice, come tutte le più vere a cui ci capita di assistere o partecipare. È sempre il racconto di una passione che vive per emergere. È un’esigenza, prescinde dalla ricerca di popolarità e anche quando la trova diventa veicolo dello stesso messaggio di realtà e passione, solo per un pubblico più ampio. La storia è il teatro. Il teatro al lavoro e non il lavoro del teatro, ci spiega. Il processo di creazione, di forgiatura all’interno di se stesso.

Se anche solo a uno di voi sarà venuta voglia di andare a teatro vedendo questo film, allora noi saremo contenti dice Servillo in chiusura. Ho confessato, agli amici che erano con me, di aver rimpianto per un momento di non aver scelto di studiare recitazione alla fine del liceo. Molto più che commozione. Ovviamente, dunque, ha anche risvegliato la mia voglia di andare a teatro.  Con tutta la presunzione del caso, mi auguro di aver fatto felice Toni Servillo.

Applausi. La sua camminata verso l’uscita ricorda il personaggio. Fresco delle sue belle parole, mi trovo già a pensare se un pizzico di quello Jouvet visto nella pellicola non stia ancora camminando con lui. Altri applausi.