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Non appena metti piede a Perugia, nei giorni dell’Umbria Jazz, il cuore cambia, semplicemente. Da lì a poco ti immergerai dentro una vasca di jazz che allevierà il caldo di metà luglio inoltrato. In macchina da Bologna, seppur in autostrada, il verde ti fa compagnia per tutti i km, soprattutto da Sasso Marconi in poi. I colori diventano una poesia visiva, il fischio dell’asfalto la prima immagine.
Si parla di astrattismo con il mio compagno di viaggio: vedi ciò che vuoi vedere. Ed in questo caso, senti ciò che vuoi sentire, perché ne senti il bisogno.

Ognuno di noi quando fa un viaggio, anche se di breve durata, spesso non capisce realmente il motivo per il quale torna indietro. Di solito ci si dà come spiegazione un elenco di cose giuste: famiglia, lavoro e studio, per esempio. Ma mai, realmente, la vera spiegazione.

Noi ora siamo in macchina, si passa tra vigne e piccoli borghi, anche il vento ha un altro accento.

Giusto il tempo di posare i bagagli in camera che si va alla ricerca di un parcheggio, il più vicino possibile ai Giardini Carducci. Strisce bianche, parcheggio gratis e grazie! Solo la prima volta però, le altre ci è toccato girare, ma comunque la città tiene bene il peso della manifestazione: poche strade chiuse, ZTL comunque attive e molti parcheggi, a pagamento e non, tutto intorno al cuore della musica.

L’educazione delle persone del posto e la civiltà di chi viene da fuori aiuta molto il clima, rendendo ancora più piacevole il tutto. Molti inglesi e tedeschi, dallo stivale invece tanta cadenza romana e il ricordo di una splendida famiglia palermitana con il figlio più piccolo che, sedendosi sui gradini di una chiesa, urla al papà di aspettare perché lui è stanco. La risposta del padre è un semplice: “Eh l’età si fa sentire, vero a papà?!”.

Perugia ci lascia a tratti con il silenzio tra le mani. Sembra andare tutto bene, estremamente bene: la gente ha il sorriso sotto gli occhi curiosi mentre ascolta chi rivisita Bob Marley e chi improvvisa Eric Clapton. La musica fa la fotosintesi clorofilliana, aria pura che viene fuori da un sax e da una tromba. E da in fondo alla strada senti sempre quel contrabbasso, ti sembra sempre lo stesso come il tempo che scandisce la tua vita. Un meraviglioso modo per descrivere il tempo, qui la musica è viva, Dea ispiratrice di chi crea musica e di chi l’ascolta. Perché sì, all’ Umbria Jazz la partecipazione del pubblico mette i brividi:  tutti li, con una incredibile voglia di jazz.

Umbria Jazz, piazza e uomini che ballano

Classe 1961, una chitarra jazz nata e cresciuta a New York City, delicata, profonda, persa in quel mood che anche sotto il sole ti trascina dentro un club, tra un assolo e il fumo di una sigaretta. Si esibisce Bobby Broom, con lui Ben Paterson alla tastiera, ed un grande Kobie Watkins alla batteria, quest’ultimo colpisce il pubblico anche grazie alla sua particolare mimica facciale, tra smorfie e assoli avvolgenti, strappa più volte applausi e sorrisi. Si sentono le influenze di George Benson e Wes Montgomery, si sente l’anima, la partecipazione e il lusso di poter ascoltare una musica cosi alta, sincera e precisa.

La città è letteralmente in festa, già dal primo pomeriggio. Il caldo non ferma il bisogno di musica, anzi aumenta l’ardore del desiderio. Per strada suona il mondo. Due chitarre ed un contrabbasso, loro sono di Torino, si chiamano Accordi Disaccordi, basta davvero qualche minuto per creare un arco orizzontale di persone: una mamma con la sua piccola ballano sotto lo sguardo attento di una ragazza sulla trentina che chissà quali immagini le passano davanti agli occhi o quali desideri ancora inespressi attendono il giorno di nascita. Una ragazzina, un po’ meno fortunata di tanti, agita le mani verso il cielo. I ragazzi stanno suonando uno splendido Gipsy Jazz e lei adesso si sente libera, più di quanto non lo sia ogni giorno della sua personale lotta, ed io guardo il mondo con la stessa passione, mentre la musica fa da protagonista, musa e modella, dolce e dominante. Gli estremi della mente.

Umbria jazz, folla e sassofonista

Caramelle Rossana sui gradini del borgo, piccoli bar pieni, ristoranti che preparano piatti ad orari improponibili per un italiano, io a quell’ora sono al terzo espresso, amo questo sapore di leggerezza nell’aria, i problemi riposti negli appositi domicili, qui si fa festa, si beve birra e ci si bacia. I passeggini e i cappelli delle signore per combattere il caldo.
Molti occhi in un’unica direzione.

Una vecchia conoscenza dell’Umbria Jazz sale sul palco dei Giardini Carducci, Allan Harris, cantante e chitarrista di Brooklyn, è stato spesso ospite anche dell’edizione invernale della manifestazione a Orvieto. Grande applauso dei presenti prima che un jazz raffinato e ricercato rapisca l’intera piazza. Un contrabbasso e tre donne sul palco. La prima alla tastiera, la seconda ad un sax incredibilmente strong e infine alla batteria e al cajon. Si amalgamano alla perfezione.

Il suo ultimo lavoro è una dedica a Eddie Jefferson, uno degli inventori del “Vocalese” – stile canoro jazz nato negli anni cinquanta – che consiste nel riproporre un famoso assolo, associando ad ogni nota una sillaba di un testo che spesso racconta episodi del mondo del jazz. Mi ha colpito molto la sua presenza sul palco, sorridente, con una voce molto profonda cerca un vero e proprio contatto di anime con il pubblico, parla e scherza, credo che coinvolgente sia l’aggettivo più indicato.

La sera è festa grande, immaginatevi una rocca piena di colori e musica di qualità, pinse ripiene e concerti all’aperto: è il paese dei balocchi.
In piazza IV Novembre il tripudio dei Funk Off, un gruppo assolutamente incredibile, quindici elementi, tra sax contralto, baritono e tenore, trombe, rullante, cassa, percussione e piatti, un’energia  che carica tutta la piazza gremita di gente. Una bellissima bambina di colore sulle braccia della mamma guarda incredula tutta questa allegria, è stanca, ma non riesce a dormire, non vuole, la musica brilla anche attraverso i suoi occhi.

Vista di Perugia

La fila in autostrada che ti riporta verso casa ha quel misto di soddisfazione e capriccio. Vorresti vivere costantemente in una cornice come quella dell’Umbria jazz. Un accordo, un ritornello o un’artista ti rimane impresso e tu lo porti con te a Milano, Bologna, Cagliari, Catania. Amerai quei giorni che ti separano da quei ricordi, perché un giorno torneranno, nella tua mente, come un abbraccio inaspettato. O l’arcobaleno sul bianco della tua pelle.

Qui sembra andare tutto incredibilmente bene.

Articolo di Luca Bellia