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I am what I am
And what I am needs no excuses

Gatsby e Ashleigh sono due studenti universitari innamoratissimi con un destino ancora da scoprire; lei è un’aspirante giornalista appassionata di cinema, e si ritrova tra le mani l’opportunità di intervistare per il giornalino scolastico il grande regista newyorkese Roland Pollard. Lui è un brillante intellettuale proveniente da una famiglia alto-borghese di New York e deciso a fare di tutto pur di non seguire i passi dei suoi genitori in un mondo fatto di formalità e ricevimenti in nome del buon gusto. In occasione dell’intervista i due fanno dettagliatissimi programmi per passare un romantico weekend a Manhattan, ma una volta arrivati lì la città con la sua ininterrotta frenesia li trascinerà in luoghi e circostanze inaspettate, scombinando i loro progetti sul futuro e ribaltando le loro prospettive sull’esistenza.

C’è tutta una vena di irrealtà dentro i film di Woody Allen che riesce sempre in qualche modo a spiazzare coloro i quali, per quanto abituati alle sue acrobazie di toni, decidono di farsi trascinare nelle follie verbali e immaginifiche della sua narrazione. Lasciate alle spalle le sfumature dolorose e struggenti del bellissimo La ruota delle meraviglie, con Un giorno di pioggia a New York l’ottuagenario Woody Allen torna ad esplorare questa sopra-realtà attraverso il ben noto mileu della sua personalissima idea di commedia e gli spazi dell’amata città di New York, feticcio e custode di tante sue indimenticabili storie. Irreali e forse persino irritanti sono infatti i due protagonisti nelle scene di apertura del film, che vivono in un eccesso di perfezione e di intesa tale da farci ricordare le atmosfere delle più usurate commedie adolescenziali: un ragazzino di ventun anni che vince ventimila dollari al gioco, una giovane e svagata giornalista alle prime armi che viene incaricata, per un colpo di fortuna, del compito di intervistare un grande regista newyorkese, persino i colori caldissimi e lucenti di un parchetto nel quale i due decidono di organizzare la propria fuga d’amore a Manhattan. Si tratta insomma della messa in mostra della patinatura brillante delle apparenze sotto le quali vivono le personalità più nevrotiche del regista, che qui si diverte ancora una volta a rendere i suoi personaggi delle propaggini di se stesso, senza risparmiarsi le stoccate sulla psicoanalisi e i coltissimi riferimenti alla letteratura e al cinema di altri tempi. Diversissimi sono infatti i cronotopi di New York, città d’amore e poesia per Gatsby, nuova conoscenza per Ashleigh, che come una grande madre accoglierà i due ragazzini serbando per loro delle avventure spesso tutt’altro che piacevoli: non soltanto i labirinti delle strade di Manhattan diverranno luoghi in cui perdersi per deviare da sé stessi, trovarsi, incrociare la propria vocazione e forse la propria origine, ma è sotto il segno della volubilità del tempo e dei colori della città che la narrazione delle vicende prenderà delle pieghe inaspettate e rivelatrici; così il perfettissimo affiatamento tra i due piccioncini si crepa nel momento esatto in cui la pioggia newyorkese fa capolino, ingrigendo i toni della sempre meravigliosa fotografia di Vittorio Storaro e portando a galla le reali e problematicissime personalità dei due ragazzi. Non si tratta soltanto dell’identità della città, della dimensione culturale e della vivacità della sua componente umana, che pure vengono celebrate con grande affetto, quanto piuttosto di un riaffiorare di una memoria personale e della capacità che hanno i luoghi di plasmare le personalità, di ricondurle ai punti della propria esistenze lasciati irrisolti o mai affrontati prima di quel preciso momento.

Così impariamo a conoscere Ashleigh (Elle Fanning) grazie al suo iper-opportunistico modo di fronteggiare situazioni nuove: facendosi coinvolgere in una serie di eventi assurdi eppure incredibilmente verosimili, Allen mostra attraverso il suo sguardo, incantato ma sapientemente adulatore, l’abisso  della vacuità e la frivolezza del cinema impegnato contemporaneo, incarnato nelle spassosissime figure del regista «esistenzialista» Roland Pollard (Liev Schreiber), del suo sceneggiatore fintamente addolorato per il tradimento della moglie (Jude Law) e del divo edonista a là James Dean (ma «senza talento»), tanto affascinante quanto profittatore (Diego Luna). Tutti personaggi credibilissimi e ben costruiti, tanto più che il loro compito principale è soprattutto quello di popolare uno spazio che agisce e vive di volontà propria, separando i due protagonisti per farli giungere, attraverso le prove che devono fronteggiare, allo svelamento della loro identità. Su questo Woody Allen fa un lavoro eccezionale con il personaggio di Gatsby Welles (Timothée Chalamet), il cui nomen-omen ci racconta soprattutto di un giovane tormentato e innamorato del “demi-monde” perché impegnato a negare la pesante eredità della sua coltissima e altolocata famiglia d’appartenenza: i suoi mondi sono dunque quelli di un’ideale New York cinematografica, ma anche della letteratura di F. Scott Fitzgerald, delle variazioni jazz e del piano bar dove poter suonare a notte fonda il pianoforte; tutta la tensione del giovane verso questo immaginario di sogno si contrappone alla sua insofferenza nei confronti della morale benpensante che contraddistingue la sua famiglia, incarnazione della buona cultura – quella “alta”, della classicissima letteratura americana – e del buon costume che vive nella falsità delle cerimonie e delle apparenze dalle quali abilmente Gatsby tenta di fuggire. Ma se la furia di Gatsby procede in un progressivo distanziamento dalla sua casa, sarà proprio la città «che ha le sue necessità» a costringerlo a ritornare ancora in quello spazio angusto, portandolo a prender parte, per volere materno, all’incubo di un ricevimento autunnale dal quale egli tentava di tenersi alla larga sin dall’inizio del film: neanche a dirlo, l’incontro con il lato materno di Gatsby mette sul tavolo il vero cuore della personalità del giovane e dell’intera struttura narrativa, con un monologo serrato e folgorante nel quale la sottile scrittura di Allen ci ricorda quanto quelle scelte che sentiamo nostre e solo nostre, quelle vocazioni che ci rendono unici, non sono speciali perché ci allontanano dalla nostre origini, ma perché di quelle origini sono preziosissima eredità: per quanto le apparenze sembrino smentirlo, il forse già usurato luogo comune della mela che non cade lontano dall’albero resta valido, la doppia faccia del paesaggio newyorkese non è dissimile dalle sfaccettature dell’animo umano. Alzata la patina dorata e scoperta la verità, la fuga non è più contemplata: impossibile tornare indietro, necessario rimanere per riposizionare se stessi in virtù di una rinnovata consapevolezza e di una nuova urgenza: diventare se stessi, a New York e sotto la pioggia, magari lasciando cadere l’ombrello delle nostre idealizzazioni per farci investire dal battere incessante del cuore della nostra storia.