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Cari amici,

ieri scherzavo al telefono con mia sorella e le dicevo che magari sarei riuscito a scrivere la nuova A Zacinto. Chiaramente, io non sono Foscolo e non sono esule. Sono solo un lombardo con la fortuna di avere una seconda casa, una seconda famiglia, una seconda vita intensa ed importante come quella delle mie origini. Per questo ora guardo Bologna e la ringrazio per tenermi compagnia con le sue campane, anche se questo non placa l’apprensione mentre penso alle mie terre e alla mia gente in un momento tanto tragico. Mi viene in mente il treno delle 8:13 in partenza da Parma, il suo incespicare verso e oltre il Po e le sue fermate incomprensibili per chi è nuovo della linea. Quando si aprono le porte della mia fermata e scendo sul binario, la sensazione è sempre quella di un tempo cristallizzato, di uno spazio immobile. Remedello Sotto, frazione di Remedello Sopra, 800 abitanti circa ma con una micro stazione vitale per molti. Casalmoro, il mio paese, è a un chilometro e mezzo di distanza, abbastanza per cambiare provincia e passare il fiume Chiese, affluente dell’Oglio (sì, si scrive così) che è affluente del Po. Casalmoro è vicino a tutto e a niente, equidistante a tante città e a posti dal grande appeal, come il Garda e i suoi paesaggi vacanzieri. È un po’ Brescia e un po’ Mantova, con accenni di Cremona. Casalmoro è la bassa, la valle del Po e i suoi affluenti e gli affluenti dei suoi affluenti. Ed esattamente come il Chiese scorre verso l’Oglio che poi rinvigorisce il Po, sono i tanti Casalmoro a confluire nelle cittadine e poi nelle città, ovvero nelle macchine del PIL e negli ingranaggi dell’indiscussa locomotiva del nostro Paese, questa volta con la P maiuscola. Eppure tutto quello che lo collega al resto del mondo, per chi non è automunito, è una stazione ferroviaria all’apparenza abbandonata e servita da un treno non elettrificato, il quale ultimo modello risale all’Anno Domini 1979*. La ricchezza e il successo sembrano distanti da quel binario, ma a quel marciapiede dissestato molti devono parecchio. Per mio nonno ha significato più di 30 anni di viaggi in bicicletta alle 5 del mattino per prendere il primo treno per Brescia e andare ad aggiustare gli autobus. Per mio padre invece era l’attesa per realizzare un sogno, per i primi lavori e alcuni, grandi libri letti nei quaranta minuti di viaggio. Le loro storie si mischiano a quelle di tanti, arrivati poi a potersi permettere di non aspettare un treno puntualmente in ritardo. Per me quel marciapiede è il ritorno alle origini, la pausa dolce in questa mia vita sublime tra i tetti, conscio di vivere un sogno e grato perché questa fortuna non è per tutti. La puzza di gasolio è però la stessa che sentivano loro.

Questa è la Lombardia, l’enarrata Padania, la terra il quale simbolo è un disegno tra i più antichi della storia dell’Umanità, non a caso inserito come primo bene italiano nella lista Unesco nel *1979. Ora, magari, ricordatevelo quando dite male della nostra bandiera. Siamo la terra degli esuli, siamo la terra di chi cercava la possibilità di vivere qualcos’altro, perché bello u sole e u mare, poi però quando si ha fame anche la nebbia può avere il sapore della libertà. E poi siamo la terra di chi nelle tante Casalmoro vive da generazioni, tra piccole botteghe e un dialetto tanto duro quanto vivo. Oggi, però, la Lombardia si è riscoperta terra fragile, atterrita da un virus prima lontano e poi sempre più vicino, sempre più interno, sempre più straziante. Non è superbia dire che voi non potete capire, è solamente un grido disperato di chi sta vedendo la propria gente morire, i propri cari ammalarsi, gli amici di sempre avere paura. Quella terra di libertà oggi può essere trascinatrice del Paese in un senso diverso, opposto rispetto alla sua tradizione: bando all’arroganza e alla velocità, oggi è con la fermezza del rispetto che si può provare a vincere una battaglia molto più complessa di quella raccontata in TV. L’unica speranza per un lombardo in un momento simile è vedere la sua paura e i suoi addii tramutarsi in rispetto e prevenzione, in un senso civico nuovo, per il quale tanti si stanno sacrificando. Non è un caso che Bergamo e Brescia e soprattutto le loro province siano i luoghi dove meno si canta dalla finestra, perché sono i luoghi dove è già chiaro il nostro futuro: non andrà tutto bene, perché già le cose sono andate male. Smettiamola con questa cantilena, raccontarci menzogne non ci salverà come non ci salveranno le preghiere del papa. Se ci salveremo sarà perché ognuno avrà fatto il suo dovere, aiutando il più possibile chi da sempre veglia su di noi dalle guardiole dei reparti. Imparate da chi ha già un motivo per dire che non andrà tutto bene, abbiate rispetto della mia, della nostra gente che muore e si ammala, siate quello che non siamo potuti essere noi. E poi stiamoci vicino, in tutti i modi, perché mai come oggi ne abbiamo bisogno.                                                                                                 

                                                                                                                                            Un lumbard

 

Si ringrazia Enea Zani per il contributo fotografico
Milano mia portami via
Fa tanto freddo e schifo e non ne posso più
Facciamo un cambio, prenditi pure quel po’ di soldi, quel po’ di celebrità
Ma dammi indietro la mia seicento, i miei vent’anni e una ragazza che tu sai
Milano scusa, stavo scherzando
Luci a San Siro non ne accenderanno più
Luci a San Siro, Roberto Vecchioni