Condividi:

Intervista realizzata dagli speakers di Homologos

Su questo pianeta sbigottito dalla pandemia di cui tutti parlano, si libra alto un Castello, il Castello dei Pirenei, edificato nel cielo da Magritte e occupato da Emanuele Rizzuto, padrone di casa amante degli ospiti portatori di dibattiti, che provvede a tenere i saloni ben arieggiati e la quota mai troppo alta. Luogo che come tutte le utopie galleggia sfuggente, eppure incombente, annunciandosi sulla Terra con una grande ombra foriera di guai, e forse di occasioni. Poiché chi architetta i castelli in aria, in fondo, lo fa per questo motivo: per far sì che gli abitanti di quella regione, sorpresi da quella enorme e inspiegabile ombra che scivola sui loro campi, sui loro pavimenti e sulla loro tavola, alzino il naso per vedere cosa sta turbando i loro cieli monotoni, sonnacchiosi e pallidi.

Su quel Castello, anche se il Coronavirus non può giungere, la Posta terrestre continua ad arrivare, e noi abbiamo avuto la fortuna di captare una voce alternativa, che vi trasmettiamo. Il team di Radio Homologos vuole condividere con voi quest’intervista con Emanuele Rizzuto, ideatore della trasmissione radiofonica Il Castello dei Pirenei, nata sotto Radio Cà Foscari, a Venezia, che ci parla del periodo (bizzarro) in cui stiamo vivendo.

Nel discorso odierno si legge e si sente ormai spessissimo della questione della cosiddetta “solitudine imposta”, così chiamata per illustrare un disagio esistenziale, un limbo mentale… una “problematica” con la quale tutti si trovano a sbattere i denti. Ognuno la etichetta un po’ come vuole, e si difende da essa un po’ come può…tuttavia in quanto radio “giovane” non possiamo non provare a usare una prospettiva un po’ diversa, un paio d’occhi liberi da cataratte mediatiche: la solitudine è davvero una problematica, un mostro da affrontare, o lo chiamiamo così perché figli di una visione un po’ distorta, non innocente, di quello che è per noi il vivere sociale, la socialità?

Francamente trovo piuttosto paradossale che si parli di “solitudine imposta” nell’epoca dell’interconnessione costante e del trionfo dei social network. Siamo qui, io temo, in preda a una vulgata vittimista da prete confessore che non permette di cogliere gli snodi problematici delle attuali modalità relazionali. Tento un’analisi parola per parola di questa curiosa espressione: prima di tutto, perché “imposta”? C’è forse qualcuno che ci punta una pistola alle tempie e ci intima imperiosamente di essere soli? Foucault ci ha insegnato che le soggettività non si generano mai per costrizione, perché un sapere-potere così agito sarebbe pura anti-energia, il che lo condannerebbe a morte certa. Ciascuna epoca è dotata di sue proprie “tecnologie del sé”, e con esse ci formiamo una specifica idea di quella che dovrebbe essere la nostra identità e la natura delle alterità circostanti. Si tratta di meccanismi che introiettiamo per processo di integrazione-inculturazione in un dato gruppo umano, e che quindi finiscono per essere innervati nei nostri corpi. Sulla parola “solitudine” dobbiamo intenderci: se la concepiamo come condizione fisica, come assenza di relazioni, allora è evidente che non è così, perché è il nostro costante rapporto con gli utenti delle reti internet a impedirci di fatto di essere soli (bisognerebbe allora ribaltare la questione: non è che forse abbiamo scordato i mille modi con cui esperire la solitudine? Temiamo forse l’onda travolgente della moltitudine che ci abita?) Se la intendiamo, invece, come incomunicabilità, come disagio nelle relazioni, allora il discorso cambia. E bisognerebbe chiamare in causa innumerevoli fattori: il bisogno costante di un “Io” monolitico che tutto regola, discrimina e governa (e sappiamo, come ci insegnano le religioni orientali, che una simile mostruosità non esiste), l’estromissione dell’altro in quanto elemento di disturbo, l’ipertrofica necessità di esibire un personaggio accuratamente edificato (diretta conseguenza della Società dello Spettacolo di debordiana memoria), il perdurare di modelli interattivi tossici sorti durante il periodo di maggiore dipendenza dal proprio nucleo familiare (un aspetto su cui la psicoanalisi sistemica dagli anni ’70 in poi ha insistito molto). Le variabili in gioco sono molteplici, e sperare di individuare la soluzione in un solo elemento finisce per togliere qualsiasi parvenza di complessità al problema.

Tu come ti senti? Che fai nella tua “casa”, e che cosa sono diventate queste quattro mura in rapporto al fuori?

Mi sembra di essere precipitato in un regime di vacanze forzato, quasi un eterno Ferragosto. Mi trovo a Mestre, in un piccolo appartamento con un corridoio e quattro stanze: tutt’altro che una casa! Mi sembra di essere avvolto in un involucro protettivo, fin troppo protettivo: in definitiva soffocante. Cerco di tenermi impegnato come posso, ma l’univocità delle coordinate spazio-temporali comincia ad avere un profondo impatto ottundente su di me. Intendiamoci: riconosco la legittimità delle misure di contenzione messe in atto. L’emergenza è reale, i morti e i casi gravi pure: è inutile girarci intorno. Sono tuttavia preoccupato da questo atteggiamento di leggerezza nei confronti dei possibili effetti collaterali che un lungo periodo di reclusione può comportare. Io sono giovane e in buona salute, quindi non ho particolari problemi. Ma che dire di tutti quei soggetti deboli e compromessi psichicamente? Che dire di quei nuclei familiari problematici che, catapultati in una dimensione di convivenza costante, rischiano di soccombere? Il silenzio che circonda tutti questi casi mi lascia a dir poco perplesso.

Tocchiamo un argomento delicato e controverso: i social network…i nostri nuovi paradisi artificiali, potenti presenze nelle nostre vite grazie ai quali l’aggettivo “globale” raggiunge il suo grado di massima esternazione. Qual è il tuo punto di vista?

Penso che siano un grosso abbaglio, e una solenne mistificazione delle reali potenzialità delle reti internet. Anzitutto nascono da un pleonasmo: le reti, per definizione, sono sempre state “social”! Due computer connessi sono il minimo indispensabile per fare una rete. E davanti ad essi vi sono, per forza di cose, due utenti: già sufficiente per stabilire una forma di socialità, no? Tecnologicamente parlando, inoltre, sono di un’incredibile povertà, visto che non sono altro che un mash-up di strumenti digitali già esistenti (bulletin board, chatroom, forum, blog, ecc.). La loro novità consiste in un’interfaccia grafica accattivante e nell’uso onnipervasivo delle notifiche, il cui unico scopo è foraggiare il bisogno costante di ciò che il gruppo Ippolita ha efficacemente definito “pornografia emotiva”. Ricevere molte notifiche significa ricevere molte attenzioni, e dunque l’utente è maggiormente portato tanto a postare, quanto ad adottare uno stile che attiri il maggior grado di attenzione possibile (la dimostrata correlazione tra meccanismi comportamentisti e social network è inquietante in questo senso). Non mi si fraintenda: vengo da una famiglia di informatici, uso i computer da una vita e sono estremamente affascinato dalla tecnologia. Non si tratta di rinunciare a fare rete. Si tratta di chiedersi: esistono modi alternativi di fare rete, in grado di svincolare l’utente dalle maglie micidiali del “default power” e del “daily me”? Non è una questione da poco: aggregarsi diversamente significa agire diversamente. E in un mondo che si scopre privo di frontiere, la questione delle forme assembleari merita assoluta ribalta.

Per quanto vogliamo fare i virtuosi, nessuno di noi ha mai guardato al suo smartphone così spesso come adesso…lo scenario casalingo è quello invaso da un horror vacui da imbottire a furia di App che scandiscano le nostre giornate, dalla cucina al pilates. Rubo una citazione da una parente: -Quando questa storia sarà finita saremo tutti pronti per due cose: Masterchef e le Olimpiadi-. Dunque, quello del Tempo, un mostro da esorcizzare con vari rituali se mi passi il termine… uno di questi è il lapalissiano “posto ergo esisto”… che ne pensi?  Possiamo dare un messaggio un po’ diverso?

Mi riallaccio alle ultime righe della precedente risposta: dobbiamo ripensare la tecnologia svincolandola dalle sue fascette ideologiche. Aborrirla non serve a niente. Io stesso riconosco l’incredibile comodità di uno smartphone con app adatte ad ogni uso: perché dover dire di no a una lista pronta di ricette ed esercizi fisici? I guai cominciano nel momento in cui si crede che una pratica sia circoscritta all’uso dell’app, che possa cioè essere confinata a un insieme di informazioni. Ma le cose non stanno così! Già Deleuze a suo tempo ha constatato come sussista un pericoloso parallelismo tra informazioni e parole d’ordine. Pensare a una pratica come a un insieme di istruzioni significa ammazzare nella culla ogni possibilità creativa basata sul deviamento, sulla variazione, sul tradimento. E in fondo cos’è la storia dell’uomo, se non una lunga serie di tradimenti? Le pratiche non sono solo serie di azioni in sequenza: esse dispongono il nostro corpo a ben specifiche routine, con tutti gli effetti pragmatici che queste comportano. Le pratiche, in poche parole, sono corpo (quelli bravi parlerebbero di “embodiment”). E si arricchiscono nel momento in cui si dipanano assieme ad altri corpi: è proprio per questo che la presenza di un maestro è così importante per un allievo. Allora non si tratterà più di chiedersi quanti like posso ottenere cucinando una torta o facendo qualche decina di piegamenti (triste economia quotidiana di un’ostentata “pornografia emotiva”). Si tratterà di chiedersi: come cambia il mio corpo, nel momento in cui miglioro la mia pratica culinaria? Come cambia il mio corpo, nel momento in cui miglioro la mia pratica sportiva? Un simile ribaltamento è forse il solo in grado di dare nuovo senso alle nostre attività quotidiane, e di conseguenza al tempo che vi dedichiamo.

Capiamo che sarebbe superficiale condannare i social così indiscriminatamente e solo per partito preso….anche perché è stato proprio grazie ai social che noi ci siamo conosciuti. Forse non siamo mai stati una comunità così mondiale, planetaria…miliardi di puntini isolati, da ognuno dei quali si irradia socialità virtuale, che li collega…ha un che di miracoloso a pensarci, essere ognuno come un neurone ricettivo di uno stesso cervello (questo modello è utopistico ovviamente). Per cui ti chiedo, essendo anche tu uno studente giovane strappato alle sue abitudini, cosa ne pensi del senso di comunità creato dai social network?                                                                                                                    

Non si tratta di prendere partito, ma di svolgere una lucida analisi dei fatti, dagli albori di ARPANET fino ai giorni nostri. Era già McLuhan in pieni anni ’60 a descrivere il mondo della “civiltà elettrica” come un grande cervello i cui neuroni comunicano tra loro in modo quasi istantaneo. I programmatori militari delle prime reti informatiche prima e gli hacker poi non hanno fatto altro che accelerare questo grande processo. Se oggi è possibile un simile regime di comunicazione a distanza, immediato e alla portata di tutti, lo dobbiamo anzitutto a questi signori. Zuckerberg e gli altri sono venuti molto dopo, a giochi ormai fatti, e la loro bravura imprenditoriale è stata quella di inserirsi in un internet già pesantemente colonizzato dalle grandi compagnie, con dei prodotti dall’indubbia presa sul grande pubblico. La rete, ci tengo a ribadirlo, implica già nella sua concezione un progetto di comunità. Non bisogna confondere l’interfaccia con la macchina, il software con l’hardware, perché sono due cose diverse (anche se complementari)! Due o più computer possono comporre un network in mille modi possibili: credere che ciò sia possibile solo coi social è un’illusione da anime belle.

Inoltre, perché una comunità digitale sia efficace, non bisogna dimenticare che esistono anche altre miriadi di reti in interazione tra loro: una è quella che realizziamo nella nostra vita reale. I primi hacker ne erano perfettamente consci. Non erano dei nerd reclusi nelle loro stanze da letto, come si potrebbe di primo acchito pensare. Erano padri di famiglia, avevano degli amici, e uscivano per andare al pub a prendere una birra e a fare quattro chiacchiere, esattamente come facciamo noi comuni mortali. Internet era solo una parentesi delle loro vite: è proprio questa consapevolezza che ha permesso loro di gettare le basi per un grande sogno collettivo, senza finirne assorbiti (o almeno non del tutto).

Andando un po’ oltre, molti in maniera lungimirante (e noi tra questi) si stanno già chiedendo come saremo cambiati dopo questa grande avventura mondiale. Pensiamo alle cose più piccole e banali, che però ci costruiscono…i baci, gli abbracci, le pacche sulle spalle, le cene con gli amici. Noi italiani poi siamo celebri per queste effusioni, che abbiamo dovuto silenziare drasticamente. E pensiamo anche alle cose grandi, incommensurabili, come una Terra che ora respira come si legge in qualche articolo. Nessuno in questa intervista è uno scienziato, ma da ragazzo, tu che cosa senti?

Cosa vuoi che ti dica? Da buon orso burbero quale sono, non credo di essere la persona più titolata per sottolineare l’importanza di baci e abbracci nelle nostre vite! Il più delle volte, a meno che non venissero da qualche caro amico (e io gli amici in genere li conto sulla punta delle dita), mi sono sempre sembrate delle forme autorizzate di ipocrisia e basta. Certamente parlare di “Terra che respira” non è fuori luogo: le immagini satellitari non mentono. Ma allora è lecito chiedersi: vivere le nostre vite, ma inquinare l’unico pianeta che abbiamo? Oppure ridurre il nostro impatto sulla Terra, ma a costo di vivere da reclusi? È evidente che si tratta di un dualismo insostenibile.

Non so come saremo cambiati dopo quest’emergenza: qualcuno invoca a gran voce un ritorno alla normalità, ma è proprio questo il problema. Della normalità di prima non bisogna più accontentarsi! Serve un nuovo progetto di civiltà, una nuova ermeneutica del sé e del mondo. Anche a costo (e qui sarò radicale) di riscrivere i nostri regolamenti comunitari, che siano locali, nazionali o transnazionali: forse è giunto il momento di abbandonare gli Stati e le democrazie così come li abbiamo conosciuto fino ad oggi. Non voglio sembrare estremista, ma mi sembra evidente che questi enormi pachidermi istituzionali non siano assolutamente in grado di far fronte alle sfide che attendono il pianeta nel prossimo futuro. Le soluzioni alternative esistono: i movimenti degli orientamenti più disparati (anarchici, estrema sinistra, ecologisti…) hanno prodotto bibliografie monumentali su possibili nuove pratiche di vita insieme, finora rimaste solo sulla carta. È giunto quindi il momento di cercare alleanze anche laddove si penserebbe di non trovarle. Escludere il dialogo a priori facendo appello a un’irenica ideologia “moderata” serve solo a perdere il poco tempo prezioso che ci è rimasto.

Citando l’antropologo LaCecla ci sarà una rinnovata voglia di vivere, logica conseguenza dopo un periodo di stand by mondiale. Sicuramente la socialità vera del faccia a faccia sarà la nostra grande riconquista…hai mai letto in questi giorni termini come “ i legami primordiali”, il “punto fisso della famiglia”, l’importanza delle cose “essenziali”…stiamo diventando un po’ tutti filosofi, e romantici?

I giornali e il giornalismo in genere hanno questo, di perverso: credono di poter trasformare tutti in saggi a suon di frasi fatte e slogan a bassa intensità di pensiero! Una storia vecchia come il cucco: il disastro incombe su di noi, ed ecco che ci trasformiamo in romantici e filosofi per il puro gusto della consolazione facile. Non un gran bel servizio per la filosofia. La filosofia per me è sempre stata altro: un coltello infilato nella pancia, un volto spaventoso che emerge dalla penombra, un baratro che si spalanca sotto i piedi. Volendo dunque rendere servizio a questo mio personale modo di abitare la filosofia, mi permetto di rovesciare le questioni poste da La Cecla. Avremo una “rinnovata voglia di vivere”? Possibile, e ben venga. Ma allora potrei chiedere: di quale vita avremo voglia, esattamente? Quella di prima? O qualcosa che la metta in crisi e la superi?

Se davvero la ritrovata socialità “faccia a faccia” sarà una riconquista oppure no dipenderà soltanto da noi: del volto non possiamo fare a meno, perché è un centro pulsionale, e in esso vige una sorta di fascino segreto, ma va ricordato che se sempre più persone si rifugiano nella dipendenza da social network è proprio perché la socialità “faccia a faccia”, così come l’abbiamo conosciuta finora, ha fallito su tutta la linea! Vanno prese in seria considerazione le riflessioni di Deleuze e Guattari sulla “viseità”: il volto come punto di assorbimento della ridondanza, come “surcodificazione del significante”. Dobbiamo, in altre parole, finita con questa soggezione timorosa dell’altro, il cui naturale sbocco è quest’idea malata del viso come fondamento dell’autorità, piccola o grande che sia (e non è un caso se nella pubblicità e nei regimi autoritari i tratti del viso giochino un ruolo così determinante). Un possibile inizio sta nel non aspettarsi più nulla dal volto che mi si para davanti: riconoscerne per interezza tutto l’indecidibile mistero che lo costituisce. E anche la possibilità che le cose possano finire male. Posso amare un volto, ma posso anche odiarlo a morte, prenderlo a pugni o a schiaffi. Il male non è una questione metafisica, ma una possibilità dell’umano. Della relazionalità dal vivo bisogna riconoscere questo: le delizie, ma anche i rischi fatali. Se davvero desideriamo una ritrovata “socialità faccia a faccia”, dobbiamo accettare tutto questo, con la dovuta serenità e senza troppi crucci: take it or leave it, come dicono gli anglofoni.

Ti ringrazio e ti chiedo di commentare insieme questa citazione sempre di LaCecla, che esprime un concetto semplice ma che dà uno spunto di riflessione su cosa sia la socialità: “ (…) che non è soltanto frequentare posti pubblici, bensì ciò che creiamo normalmente tra noi. Certo, può anche darsi che ci abbracceremo di meno, ma comprenderemo anche l’importanza di questi abbracci».

Mi sento solo di fare una piccola aggiunta: ciò che creiamo intorno a noi non muore mai davvero. Si disperde e si propaga, spesso con effetti imprevedibili. Che siamo tutti dentro una grande unità diveniente non è solo una chiacchiera da ecologisti della domenica o da figli dei fiori fuori tempo massimo: è qualcosa su cui anche la scienza si sta ormai interrogando da tempo.

La questione sta proprio qui: o lasciare che questa nuova “prospettiva cosmica” si impadronisca del dibattito pubblico, oppure continuare come abbiamo fatto finora. Che è un po’ come scegliere tra schiantarsi contro un muro o fare un salto nel vuoto. Male che vada, diremo di aver fatto un bel volo.