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Un ragazzino aiuta il padre in un furtarello al supermercato. Una bambina viene salvata dal freddo, o rapita ingiustamente. Una famiglia nasconde un segreto con il sorriso sulle labbra: tutti sanno tutto e nessuno sa più nulla. Incluso lo spettatore.

Spigoloso. Ruvido. Assordante. Tre parole ed è l’unica descrizione seria che io possa dare dell’ultima pellicola di Hirokazu Kore’eda Un Affare Di Famiglia, Palma d’Oro al Festival di Cannes – con contorno di sorrisoni di Cate Blanchett.

È senza dubbio un film che turba, o che ci prova, che mira a scalfire una tradizione che fa coincidere l’idea di casa e il calore della famiglia. Una trovata ancor più interessante se si pensa che proprio nel Paese del Sol Levante, dove il film è stato pensato, scritto e girato, il carattere per dire casa e quello per dire famiglia coincidono. 

Spigoloso volutamente scomodo e fastidioso. Kore’eda, tutt’altro che un novellino nel trattare drammi familiari, porta sullo schermo, in poco meno di due ore, importanti tematiche legate all’etica estremo-orientale, dall’educazione alla legalità, dalla sessualità alla morte. Spalmandole sulla scena le dirige secondo linee spezzate, appuntite, forse proprio per punzecchiare quel Giappone moderno, così refrattario a cedere all’emozione e alla novità e allo stesso tempo così bisognoso di stupirsi e tornare a stupire come un tempo. 

Ruvido, non incide come un pettine di ferro, anzi, leviga meno della carta vetrata. Per stupire, appunto, un occidente, troppo lontano e diverso su molti fronti, gli strumenti di Kore’eda sono sembrati comunque fragili, non sufficientemente incisivi. L’espediente narrativo di una famiglia dagli equilibri precari tocca indubbiamente nel profondo il pubblico di casa: la faccia da salvare, le apparenze da mantenere, i sentimenti da scoprire e l’esperienza della morte, con la quale i nostri cugini nel Pacifico hanno un rapporto molto delicato e particolare. Questi temi sono però spesso mescolati, troppo incastrati uno dentro l’altro, sfiorando in alcuni punti l’accozzaglia. Quasi a farci dire “Ma si, in fondo voleva essere una critica della società, solo che noi non siamo riusciti a coglierla”. E’ effettivamente faticoso da cogliere, ed è un gran peccato.

Assordante, come solo il silenzio sa essere. La colonna sonora è ridotta al minimo possibile, il regista mette lo spettatore a tavola con i personaggi, lo fa sdraiare sulla spiaggia e sugli stuoini da notte insieme a loro, tutto questo lasciando che a colorare il silenzio ci siano solo i pochi rumori della vita quotidiana, del mare, delle minestre nelle ciotole e delle risate composte. La musica è flebile, qua e là. Anche i cambi di scena sono spesso crudi, di una violenza che lascia la stessa impressione di un forte rumore improvviso. 

E’ il nostro segreto, siamo una famiglia.

Spezzo una lancia (credo per la prima volta) a favore del titolo italiano del film, che batte con uno scarto pesante il “povero” titolo inglese Shoplifters (taccheggiatore)Un affare di famiglia, oltre ad essere un’efficace traduzione dal giapponese, incarna meglio la complessità dell’intero film. 

Il Giappone abbandona quindi la Costa Azzurra sul carro del vincitore, lasciando un po’ di amaro in bocca ma facendo intendere che il mondo del cinema è indirizzato verso un allargamento del proprio focus d’interesse, aprendosi ad un cinema ermetico e duro, forse addirittura volutamente poco chiaro e accessibile. Grande merito va ad un Kore’eda che ha fatto crescere attori come Lily Franky (nel film interpreta il padre, Osamu) e Kirin Kiki (la nonna Hatsue) e li ha portati a impersonare al meglio l’idea che la base della famiglia non sia il legame di sangue ma l’amore fraterno dei suoi componenti.

Un film che non vuole commuovere, non nel senso di pianti e fazzoletti di carta per lo meno. Un film che vuole smuovere, ma che coglie nel segno con tanta fatica. Potrebbe lasciarvi insoddisfatti, soprattutto se cercate una perfezione della forma, perché è distante da ciò a cui noi siamo abituati. Consiglio (ai coraggiosi che ora vogliano vederlo) di concedere a questa pellicola una tenera attenzione, di scovare una relazione profonda tra il proprio cuore e il messaggio di emozione che questa ci manda.

In programmazione a Bologna al Cinema Europa fino alla settimana prossima, con tre proiezioni giornaliere. Buona fortuna e (a bassa voce)buona visione.