Condividi:

Infilate gli auricolari nelle orecchie e premete play prima di iniziare a leggere:

“Mastandrea sfugge al cliché di se stesso”: l’incontro

Cinema Lumière, la data non ce la ricordiamo.

Un’ora di attesa e il tutto inizia con un bel “Vaffanculo!”Wu Ming 1 (Un viaggio che non promettiamo breve, 2016), Wu Ming 4(Stella del mattino, 2004) e Wu Ming 2(Meccanoscritto, 2017) più defilato, la Trinità prezzemolo-basilico-alloro della serata, accolgono un Valerio Mastandrea così a suo agio da togliersi subito il maglione. Questa è la cronaca di uno di quegli eventi destinati a rimanere, nelle pagine del tempo e ora anche in quelle del web. E noi presenti, in prima fila, tipo groupies. In sala volano parole veraci come le vongole, ma almeno stavolta (per fortuna e per Nek) non si parla di cucina. Alle nostre spalle un pubblico da adunata ascolta attento e divertito, un po’ come si ascoltano gli amici mentre si confidano, tutti allo stesso tavolo.

Libri, film, personaggi, popolo e sentimenti, visti e vissuti, talvolta anche a distanza dagli attici di New York. Stiamo assistendo a un incontro tra artisti fatti per la gente. O almeno, questo è quello che pare vogliano essere. Ce la fanno?

Parliamone.

Ride: il film

Un paesone sconvolto dalla leggerezza del cordoglio di una morte così importante, ma così naturale per chi non ci crede più, come Nettuno non crede più in se stessa. Il lutto trova l’eleganza nella tuta giallonera del Borussia indossata da un bambino. Il figlio. E una madre, una moglie, una donna a cui a mancare non sono i fazzoletti, ma le lacrime. “Per un pacchetto di fazzoletti”: potrebbe tranquillamente essere il vero titolo di queste righe. Questa è una storia bianca come la morte ispiratrice, infranta contro il grigio cenere di una città terribilmente italiana. Non è nuova, è vecchia almeno quanto chi ancora, ascoltandola, s’incazza.

Una rabbiosa corsa in bicicletta per i vicoli, a strappare i manifesti di un finale di vita in cui strappato è l’applauso. Quest’ultimo, non troppo diverso da quello di noi, quattro ragazzi commossi, mentre abbandonano l’immeritato deserto di una sala bolognese intorno a mezzanotte. I 90 minuti di Ride sono vita vera nella finzione. Valerio, per il suo primo film da regista, ci ha regalato (parole sue) un film che avrebbe voluto vedere. Anche noi.

 

Guarda le fotografie ormai ingiallite. Erano popolo. Erano gioventù. Erano classe operaia. Qui invece hanno fatto della loro condizione di uguaglianza e di mancanza di singolarità una fede e una ragione di vita: sono stati i moralisti del dovere di essere come tutti

La Divina Mimesis, 1975 .

 

Sono parole di Pier Paolo Pasolini, ma sembrano state scritte dai tre uomini al tavolo.

Il quinto nella classifica del cinema italiano di Rolling Stone per il 2018, ingiustamente condannato al ruolo di alberello in fondo a sinistra nel panorama cinematografico nostrano, è veramente una di quelle storie da lasciarsi raccontare, affrontando la paura della fragilità dirimpetto al vero e dell’imbarazzo stupido per un pianto sincero. Perché questo è in tutto e per tutto un film con un intento, ben conscio di quello che vuole dire. Quindi sì, Valerio è riuscito a fare qualcosa per la gente, qualcosa di disturbante in grado di, come direbbe Bassem Youssef, “solleticare i giganti”, per quanto il cuore del messaggio sia indirizzato a tutte le cassette della posta di questo Paese.

E ora che abbiamo risposto alla domanda, luci accese e ci riaccomodiamo al tavolo.

Film italiani che contengono una bestemmia: la fine dell’incontro

Qui tutto è lecito purché sia vero, anche affermare che gli scrittori italiani siano dei leccaculo. Il politically correct di Wu Ming 1 passa inosservato come un treno in orario alla stazione di San Giorgio di Nogaro. Ma è proprio questo lo scossone necessario al pubblico, per far sì che si renda conto di quanto sia insipido a volte il boccone al suon del TG5. C’è nelle voci in sala la voglia di far rimbalzare tra i bicchieri idee per una storia ancora da scrivere. E chissà se quella storia nascerà proprio da questo tavolo, in cui ognuno ha salato un po’ il piatto dell’altro.

di Michele Danesi Michele Sabbadini