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QUESTIONE DI CORAGGIO

Se La Biennale avesse la sede in una fabbrica riconvertita nel quartiere new age di Helsinki (da tutti riconosciuta come la nuova Berlino), allora il vincitore naturale dell’edizione 76 sarebbe lo splendido Ema di Larraìn, un film che applica l’estetica cyberpunk ad un Sudamerica stranamente urbano e reggaeton. Se invece La Biennale fosse il Tribeca e il suo pubblico fossero i frequentatori degli spettacoli Off-Broadway, il vincitore naturale sarebbe il perfetto dramma Marriage story di Baumbach, con i pesi massimi Adam Driver e Scarlett Johansson a contendersi la ragione in una causa di divorzio tra Los Angeles e New York. Insomma, urban America come se piovesse. Ma io sono stato a La Biennale di Venezia e La Biennale di Venezia è a Venezia, ovvero Europa. E allora se davvero vogliamo premiare il cinema, quello con la C maiuscola, il vero vincitore dell’edizione 76 è solo e soltanto J’accuse – L’ufficiale e la spia (FRA-ITA, 132’). Ricostruzione storica accurata, recitazione a livelli altissimi con Jean Dujardin, Louis Garrel, e Emanuelle Seigner, una lampante utilità sociale nel divulgare una storia da non dimenticare. Il problema? È firmata Roman Polanski e ad oggi premiare Roman Polanski non è una decisione semplice. Ma facciamo un passo indietro.

Come ho sempre detto, per quanto mi riguarda J’accuse è una questione di cuore. Il testo su cui si basa, ovvero la mitica inchiesta di Emile Zola sulle pagine de L’Aurore, mi conquistò qualche anno fa, quando per caso mi imbattei nel libro L’affaire Dreyfus (Giuntina, 2011). In quelle pagine si può leggere la nascita del giornalismo d’inchiesta, quel giornalismo abbastanza coraggioso da accusare il potere. Zola, attraverso i suoi articoli, ha instillato nella storia di questo mestiere una vitalità completamente nuova, data dall’esposizione pubblica delle ingiustizie perpetrate da chi la giustizia dovrebbe salvaguardarla. I lati oscuri dello stato, i giochetti del potere per mantenere l’establishment, una Francia ipocrita nel difendersi dietro una Terza Repubblica solo apparentemente perfetta e sorretta dalla trinità laica (ma solamente teorica) di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza. A tutto questo si aggiunge  l’antisemitismo, anticipazione di un secolo in procinto di nascere e portatore della peggior forma di questo male. È la Parigi della fine dell’800, quella delle grandi esposizioni universali, la stessa che voleva mostrarsi al mondo nella sua grandeur fondata sugli ideali della Rivoluzione. E qui sta proprio la disperazione di Zola, il fatto di vedere nella sua Parigi un atto di ingiustizia tale, un insabbiamento della verità senza precedenti che porta in catene un uomo innocente sull’Isola del Diavolo. Le parole di Zola:

“[…] quando si seppellisce la verità sotto terra, essa si ammassa e accumula una tale violenza d’esplosione che il giorno in cui deflagra fa saltare tutto. Si vedrà bene se non è già stato preparato per l’avvenire il più clamoroso dei disastri”.

Nel romanziere francese c’è disperazione, c’è tristezza, c’è sdegno. Questi elementi sono stati colti da Polanski e si vedono nella fotografia del film, sempre a filtro grigio. È una Parigi fredda quella mostrata allo spettatore, bel lontana dai fasti e dalla grandiosità a cui solitamente viene accostata. In J’accuse non c’è molto Zola in modo diretto, la presenze fisiche in scena si contano sulle dita di una mano. Ed è giusto così. Zola non è presente fisicamente, ma c’è sempre perché senza di lui non saremmo qui a raccontare del lavoro del colonnello Picquart, interpretato dall’eccellente protagonista Jean Dujardin. Zola non sarebbe mai potuto essere protagonista perché i giornalisti non sono i protagonisti delle vicende che raccontano, eppure quelle vicende esistono proprio perché loro le raccontano. La contemporaneità non è fatta dalle ontologie, nella contemporaneità esiste ciò che viene raccontato. Niente J’accuse su L’Aurore, niente ingiustizia. O meglio: l’ingiustizia c’è, ma non si vede (come la Grecia, chi vuole intendere intenda). In un momento storico come questo, caratterizzato anche da una perdita di credibilità del giornalismo, il film di Polanski riesce a ricordare cosa significhi e perché sia importante fare giornalismo, nel senso più puro del termine.

Ecco, a La Biennale dovrebbe vincere questo film, se solo fossimo in un mondo di soli ideali artistici. Serve un atto di coraggio per far vincere Polanski e non sono sicuro che questa giuria ce l’abbia. Infatti, per quanto una vittoria come questa sarebbe un volano mediatico interessante, lo sforzo di alienarsi dalla cronaca per concentrarsi solo sul cinema è assai difficile, anche quando si è cinefili, soprattutto se la decisione potrebbe portare a non ben specificate ripercussioni. Questa sera avremo la verità: cosa vale di più in un festival, l’arte o la politica? I film o i processi? L’opera o il suo autore?

Appuntamento alle 19 per avere la risposta.

 

Valutazione complessiva del film: ❤️/10

SINOSSI

Il 5 gennaio 1895 il capitano Alfred Dreyfus, giovane e promettente ufficiale dell’esercito francese accusato di essere un informatore dei tedeschi, viene degradato e condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste della Guyana francese. Tra i testimoni della sua umiliazione c’è Georges Picquart, promosso a capo dell’unità di controspionaggio che lo ha accusato. Quando però Picquart scopre che le informazioni riservate continuano a essere passate ai tedeschi, viene attirato in un pericoloso labirinto di inganni e corruzione, che minaccia non soltanto il suo onore, ma la sua stessa vita.