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VENICE DC

 

Risultato storico al Lido di Venezia, dove ieri sera ha trionfato Joker (USA, 118’) di Todd Phillips. Al termine di una premiazione che ha provato a non scontentare nessuno, quasi democristiana, in cui sono i soli Baumbach (e quindi Netflix) e Larraìn a chiedere vendetta per essere rimasti ingiustamente a bocca asciutta, il Leone d’Oro è la sorpresa delle sorprese. Positive.

Polanski e il suo J’accuse si prendono il Leone d’Argento per il Gran Premio della Giuria, più che meritato. Il fatto che il Leone d’Oro sia andato invece a Joker significa una cosa: abbiamo vinto tutti. Il film di Phillips è stato uno dei migliori visti al Festival, a parlare è sia il mio pagellone sia il commento scritto a caldo che trovate su questo sito e sui social della radio. Un film di rara potenza, tuttavia non inserito nel TotoLeone perché…”non è un film che può vincere a Venezia”. Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa. Ma soprattutto, complimenti alla giuria, perché questa decisione crea un precedente e rimescola le carte in tavola nella partita dei Festival. La Venezia classicona, la Venezia dei kolossal, la Venezia in bianco e nero non c’è più. O meglio, c’è ancora ma deve imparare a convivere con altre forme artistiche e altri modi di fare cinema, modi in cui gli americani sono ancora maestri indiscussi. La prima avvisaglia è stata due anni fa, con il trionfo de La forma dell’acqua di Del Toro, ma la vera rivoluzione è con quello che è accaduto ieri sera. Ora a Venezia tutto è concesso e tutti possono vincere, in modo indiscriminato, senza pregiudizi legati al genere artistico, alla filmografia degli autori (non dimentichiamoci che il regista è lo stesso di Una notte da leoni) o al tema dell’opera. Una rivoluzione culturale che arriva dai festival più storici, Sanremo (con la vittoria di Soldi di Mahmood) e La Biennale, per l’apertura all’arte che parla la nostra lingua, l’arte dei ventenni e dei trentenni, quelli senza una rappresentanza politica ma con una visione nel cuore, fatta di testi e di trucco. Vince un film DC, vince il film sicuramente più forte al box office, vinciamo noi. Sì, lo ripeto per la terza volta: vinciamo noi.

Tolto il lato storico e simbolico del verdetto del Lido, possiamo essere anche artisticamente contenti per la vittoria di una pellicola stupenda nel suo voler essere uno spin-off senza regole, raggelante e sconvolgente. Un film sostenuto da un Joaquin Phoenix privato della Coppa Volpi, ma probabilmente mai così forte per la corsa all’Oscar. Un colpo di genio, capace di zittire tutti i critici della prima ora, legati ad un personaggio complesso e rischioso, soprattutto da quando Ledger e Nolan sembravano aver messo il punto fermo a qualsiasi possibile suo sviluppo e Leto era riuscito a convincerci ancora di più di questo fatto con il pessimo Suicide Squad. E qui è servita la genialità per uscire dall’inghippo, ovvero tornare indietro per andare avanti. Il lavoro di Phoenix sul nostro tanto amato, quanto temuto, Joker non è di sostituzione o modifica, è di completamento. Anzi, il suo è più un personaggio da romanzo di (de)formazione, perché all’inizio è solo un Arthur con un passato burrascoso alle spalle. È la spirale a portare a Joker, il disagio mentale che diviene follia e poi crimine e violenza. Phoenix interpreta la caduta, ci fa entrare in tutte le trasformazioni del personaggio e ci lascia appena prima della consapevolezza del nuovo sé, ovvero appena prima del Joker di Ledger. È come se Phillips in un primo tempo avesse fatto notare l’assenza della metà di un cerchio e poi l’avesse fatto completare dal Giotto del cinema contemporaneo. Troppo? Andate a vedere il film il 4 ottobre e mi darete ragione, perché senza Joaquin non ci sarebbe nessun film e di conseguenza non staremmo vivendo questa splendida, eccitante rivoluzione in grado di farci sognare nuovi lidi, nuove idee, senza più essere soffocati dalla polvere. Oggi chi ama il cinema vede in Phoenix (mai cognome fu più azzeccato) una rinascita, una nuova linfa vitale per la settima arte.

Biennale di Venezia: grazie, di cuore.

VALUTAZIONE COMPLESSIVA DEL FILM: 9/10

 

 

SINOSSI

Joker è un film sul nemico per eccellenza ed è un racconto originale e autonomo, mai visto sul grande schermo. L’analisi sviluppata da Phillips del personaggio di Arthur Fleck, interpretato in maniera indimenticabile da Joaquin Phoenix, ci restituisce un uomo che cerca di trovare il suo posto nella società in frantumi di Gotham City. Clown di giorno, la notte aspira a essere comico di cabaret, ma si accorge di essere uno zimbello. Prigioniero di un’esistenza ciclica, tra apatia e crudeltà, Arthur prende una decisione sbagliata che innesca una reazione a catena di eventi, in questo crudo studio di personalità.

COMMENTO A CALDO USCITA SALA

Se c’è un personaggio dall’immensa difficoltà interpretativa, causa altissimi rischi di macchiettizzazione e conseguente superficialità, quel personaggio è proprio Joker. Antieroe pazzo, direttore d’orchestra della follia, amico fraterno del caos: lui in ogni film è questo ma è anche tanto altro. E quegli elementi in più, elementi caratterizzanti di ogni pellicola in cui compare, sono dati dal lavoro e dalla dedizione con le quali ogni attore riempiono la propria interpretazione.

Nella pellicola di Todd Phillips, celebre per essere l’ideatore e il regista di “Una notte da leoni” e ora in concorso per il Leone d’Oro (e pure quello d’argento alla regia, noi che ne sappiamo?), il mitico personaggio DC diviene protagonista di uno spin-off interessato a sviscerare il dietro le quinte del sorriso che ha eccitata e inquietato tutto il mondo. Questa volta a prestare il suo volto è Joaquin Phoenix, arrivato ieri a Venezia, il quale si è detto ben conscio dell’inarrivabilità dell’interpretazione di Ledger e probabilmente questo è stato il punto di vista ideale per non incorrere in banali imitazioni.

Il Joker di Phoenix è solo e soltanto suo e nessuno avrebbe potuto fare niente di simile. Ci sono risate stridule, c’è più del disagio mentale di questo personaggio e la famiglia Wayne è uno sfondo chiaroscuro in cui chiedersi quanto affidabili siano i racconti di Alfred. Non troppo sangue, ma sicuramente molta violenza intensificata dalla spettacolarità insita al personaggio. Il film eccita perché mira al lato asociale di ognuno di noi, quello per cui forse davanti una molestia vorremmo in tasca una pistola.

È un racconto di follia indotta ed ereditaria allo stesso tempo, perché le due cose non sono più così diverse. E anche se c’è Robert De Niro, per fortuna non è una follia alla David O. Russell. Difficilmente, prima di oggi, si poteva dire di aver visto qualcosa di tale potenza su uno schermo del Lido.