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Si presenta così, con una t-shirt nera e il suo tipico sorrisino sghembo, sguardo basso, come se di fronte ad una platea intera si sentisse sempre un po’ dal lato sbagliato.

Infatti lo troviamo seduto nella prima fila, non dietro ai microfoni. Ricorda una per una le professoresse che lo hanno accolto all’Università di Bologna al suo ultimo incontro, sia quelle che ha conosciuto meglio che quelle con cui ha parlato solo di sfuggita (una di queste si gira verso di me e, contentissima ma perplessa, mi chiede: “Ma lo hai visto? Si ricordava pure di me!”).

Lui è Yu Hua, uno dei più celebri romanzieri cinesi contemporanei, letto e tradotto in oltre cinquanta lingue al mondo e oscurato, nel panorama letterario della sua terra, forse solo da Mo Yan (Premio Nobel per la Letteratura, 2012).

È alla Biblioteca d’Arte e di storia di San Giorgio in Poggiale a Bologna per tenere una conferenza sul futuro della letteratura cinese, ma ci svela di aver scoperto solo poche ore prima il tema dell’incontro. Ne approfitta per parlare di altro, si racconta davanti ai suoi lettori che sono stipati di fronte a lui, incuneati in ogni angolo della povera saletta – io stesso sono in piedi a ridosso di uno scaffale schiacciato fra due cinesi che, tanto per alimentare qualche stereotipo, non smettono un attimo di scattare fotografie.

Parla della sua infanzia. È cresciuto in un villaggio dello Zhejiang, a sud di Shanghai. Figlio di un medico e un’infermiera, ha passato gli anni della Rivoluzione Culturale più spesso nell’ospedale in cui lavoravano i suoi che non sui banchi di scuola. Per volere del Partito Comunista si è poi trovato a lavorarci, in quell’ospedale, come dentista. “Mai clienti grandi, solo contadini e figli di contadini a cui cavare i denti”. Eppure è allora che ha cominciato a conoscere le campagne e i paesi in cui ambienta i suoi romanzi, le strade che fa percorrere ai suoi personaggi.

Come sia passato dagli attrezzi da dentista alla macchina da scrivere è una storia piacevolmente ridicola che diverte tutti in sala. La finestra di casa sua dava sugli uffici di un istituto di cultura. Yu Hua osservava queste persone fare un continuo avanti e indietro per le scale dell’edificio, oppure trascorrere ore seduti davanti alle scrivanie ma senza, apparentemente, concludere nulla.

Scese una volta a chiedere loro cosa dovesse fare per cambiare lavoro ed entrare all’istituto di cultura [il cambio di professione all’epoca doveva essere approvato dal Partito e implicava un iter complesso, ndr.] e scoprì di dover attestare di essere un’artista che avesse già esposto i suoi quadri, o uno scrittore con almeno una pubblicazione all’attivo.

“Ho messo insieme quei pochi caratteri che conoscevo e ho imparato a scrivere alcune parole nuove per la prima volta. Era impensabile che mi mettessi a dipingere, ma fare lo scrittore non sembrava impossibile” ci dice. Così si mise al lavoro.

Dopo numerosi tentativi respinti e di volta in volta perfezionati, una rivista pubblicò per la prima volta un suo racconto, e questo rese possibile il suo trasferimento all’istituto di cultura in qualità di scrittore.

“Il primo giorno mi presentai appositamente con due ore di ritardo al lavoro, ma fui comunque il primo ad arrivare. È il più bel ricordo che ho del socialismo”. [Risata generale, inevitabile dei presenti ndr.].

Il pubblico si rende conto per la prima volta di quanto sia evidente la volontà di Yu Hua di non porsi come un intellettuale carico di esperienza, ma come un uomo qualunque che ha avuto fortuna con una scelta azzardata nella vita, che lo ripaga tutt’ora.

Racconta anche il suo primo viaggio in Europa con Mo Yan e altri scrittori di successo: i malintesi con alcuni ufficiali di dogana svizzeri, l’incontro con le prime generazioni di studenti di cinese e con quelli che sarebbero poi diventati i suoi traduttori ufficiali, i lunghi percorsi in treno e in aereo passati giocando a poker. Chi lo ascolta lo sente sempre più vicino a sé e si diverte sentendolo raccontare.

Il potere della letteratura, a detta sua, è quello di evocare sentimenti e ricordi a lettori lontani nel tempo e nello spazio. Ci dice che leggendo la letteratura tedesca del diciannovesimo e ventesimo secolo ha ritrovato idee sulla morte simili alle sue, che gli hanno riportato alla mente immagini del suo passato che aveva accantonato da tempo.

Grande amante del Decamerone della Divina Commedia, spiega come nel futuro della letteratura cinese non ci sia bisogno di romanzi che abbiano un successo momentaneo, ma di opere che, come i classici, riescano a risultare senza tempo e vicini al pubblico, oltre che d’ispirazione per le generazioni a venire. “Gli scrittori della mia età sono stati una buona traccia, una buona guida, ma ora c’è bisogno che si facciano avanti i più giovani e qualche voce autorevole si sta già facendo largo”. Yu Hua conta sul fatto che la Cina riesca a raggiungere, nel giro di poche decine di anni, la stessa affermazione che ha già trovato nel mondo il romanzo giapponese, molto più acclamato dalla critica internazionale.

Dei suoi libri ci racconta poco, ma è consapevole del fatto che lo sguardo di ammirazione dei lettori che si trova di fronte proviene dalla schiettezza delle sue pagine, dall’ironia pungente e dalla sincera crudeltà dell’analisi che fornisce della società cinese contemporanea, dalle campagne ai ceti medio-alti, dalla Rivoluzione Culturale ad oggi. Tutti i romanzi che hanno avuto più successo sono spietati e al tempo stesso tanto affascinanti che risulta quasi difficile pensare che la sua passione per la scrittura sia nata quasi per caso. Vivere! (1992) e Cronache di un venditore di sangue (1995) hanno l’incredibile potere di dare al lettore opinioni continuamente contrastanti riguardo al comportamento dei protagonisti, lasciandolo con il fiato sospeso fino all’ultimo capitolo, sempre.

“Quando ho cominciato facevo ancora fatica a scrivere i caratteri, dovevo impararne di nuovi. Buttavo giù frasi semplici per essere più diretto ma soprattutto perché dovevo ancora imparare a gestire bene quelle più complesse. Mai avrei pensato che un giorno sarei stato tanto apprezzato dalla critica proprio per le mie frasi semplici. Ma non scrivevo così per scelta, lo facevo perché ero ignorante”.

Eppure dietro alla modestia c’è una produzione letteraria di tutto rispetto. Il suo lavoro di maggior successo, “Vivere!”, ha ispirato un omonimo film del 1994 (premiato al Festival del Cinema di Cannes l’anno seguente) diretto dal principale regista cinese contemporaneo Zhang Yimou (ha lavorato di recente ad Hollywood su The Great Wall, con Matt Damon).

L’incontro con gli universitari di Bologna si chiude. La fila per gli autografi alle copie dei suoi libri non è davvero una fila ma una ressa trepidante. Sembriamo tutti dei ragazzini davanti ai cancelli del palazzetto prima del concerto della nostra boy band preferita. La sua grafia sulla quarta di copertina del mio Cronache di un venditore di sangue è praticamente illeggibile.

Evidentemente i dottori (e gli ex-dentisti) hanno una scrittura incomprensibile anche dall’altra parte del mondo.

Tutti i libri di Yu Hua si trovano editi da Feltrinelli e sono in continua ristampa. Le versioni italiane, curate da tre traduttrici diverse, sono talvolta un po’ artificiose, poco genuine, ma molto ricche di significato e passano bene il messaggio di critica e di speranza nel futuro che caratterizza questo autore.